#96 un'ora fa.


quanto ci mette una goccia di sangue a fare tutto il giro?
io davvero non ne ho la minima idea, ma è lecito supporre che lo faccia, il giro.
che tutto il sangue passi dal cuore, dai polmoni, dalla testa, dal ventre, dal sesso e dai piedi.
ogni goccia passa dal petto e si carica di cose: ossigeno, chimica varia e altri bagagli che si porta in giro come fosse un corriere urbano, di quelli con la bmx a scatto fisso, di quelli che portano buste piccole e importanti.
e una o due o tre volte nella vita, a volte qualcuna in più ma mai molte di più, capita che una goccia, tornando dopo un viaggio di quelli facili, di quelli corti, che so, fino ai reni e non oltre, rientrando trovi tutto diverso.
e basta un'ora. basta un giro, nessuna lenta deriva, no, nessun preavviso e nessun segno premonitore, no: semplicemente quando rientra è tutto diverso, come quando torni in città e ti rendi conto di quanto sia tardi, quando passi dalla strada e vedi le saracinesche dei bar mezze abbassate, e le poche macchine che bruciano il giallo e nemmeno più le puttane sono in giro.
e tutto può accadere in un'ora.
o anche meno.
un'ora fa non ero diverso, no.
un'ora fa non avevo più futuro di quanto non ne abbia adesso.
ma un'ora fa la mia aderenza al mondo per come lo conosco era differente.
non saprei dire quanto, ma differente.
non ho mai scritto un curriculum, non ho mai fatto un colloquio di lavoro, mi sono comunque venduto decine di volte, è quello che faccio, raccontare alla gente quello che so e poi fare le cose che racconto di saper fare.
un'ora fa ho pensato a un post, mi sono collegato e ho guardato le statistiche, ho visto chi è passato di qui di recente, e mi stupisce molto che qualcuno possa farlo dopo tanto silenzio.

un'ora fa ero ancora io.
ma non sarò mai più quello.
ma vivere è questo, cambiare ogni ora, di poco anche, di pochissimo.
e tra un'ora sarà ancora diverso.




#95 la bolla.


ho una bolla nel cervello:
non mi ricordo il nome di quel certo attore,
lascio le chiavi sulla porta, all'esterno.
mi son fatto derubare del portafogli da un bambino, credo.
ho una zona della mente che non riesco a raggiungere, o che riesco a raggiungere a fatica.
poca ram, pochi neuroni, pochi zuccheri.
soprattutto in certi periodi, soprattutto in certi momenti pieni di pensieri forti che non lasciano molto spazio ad altro, alle funzionalità più normali.
sono capace di pensieri talmente forti da impedirmi di svolgere al contempo le attività più normali.
ho una bolla nel cervello, dicevo.
è un bel limite a pensarci, però..
però poi ho pensato che la bolla è lì per proteggere qualcosa.
forse un'idea, forse un sistema di idee, forse qualcosa di prezioso che ancora non è pronto.

teoria autoavverante: dentro ciascuno di noi esiste una bolla, più o meno grande, più o meno invasiva, che racchiude e protegge le sue migliori idee, il suo talento più puro.
rompibolle cercasi.


#94 lievi parole.


alla fine accade sempre che qui uno lascia sempre le parole più pesanti, perché la leggerezza non riesce ad aderire a questo schermo, è volatile.
se il mio problema fosse quello di sentirmi completamente rappresentato da quel che scrivo qui sarei almeno in un paio di guai, di quelli grossi grossi.
invece i miei guai sono al più guai di taglia media, ben addestrati e capaci di stare a tavola senza disturbare.
dovreste vedermi girare per certe vie della città con il mio guaio più grande ben tenuto al passo e un altro paio di più piccoli che corrono avanti e indietro, spisciazzando sulle ruote delle auto (che tanto l'urina di guaio non sporca e non persiste, giuro).
a volte ne perdo uno sotto un tram, altre volte un altro si innamora di una tipa che incrocio e lo vedo infilarsi nella metro insieme a lei, pace: avanti il prossimo.

confido nel fatto che chi mi legge riesca anche a sentire che qualcosa di diverso c'é, dietro a queste parole bianche su fondo nero. ma se anche è no, pace: avanti il prossimo.

o forse anzi senza forse è solo e tutta autoindulgenza ben shakerata con l'autoreferenzialità che mi ottunde i sensi fino a farne un composto di autostima da spalmare sui cardini per non farli cigolare almeno la notte.
oggi pioveva di una pioggia che avrebbe potuto essere classificata come la prima pioggia dell'estate, almeno nel posto da cui vi scrivo.
ma io  i post sul  meteo non li capisco poi tanto, forse perché non ne sono capace, di parlare del tempo facendolo sembrare una cosa interessante.
però ho un ricordo che custodisco gelosamente:
vivevo al piano ottavo di nove di un palazzo che era accanto ad un'altro che era di sette, e il tetto del secondo era per me un terrazzo.
era d'estate era caldo e venne un temporale.
uscii a prendermelo in faccia.
grandi gocce calde sul catrame dei cordoli,  mi rimane questo, l'odore del catrame e la camicia zuppa e sotto di me la vista di uno scalo ferroviario.
voleva essere un post più leggero, ma se anche è no, pace: avanti il prossimo.

ho rivisto una persona che non vedevo da anni. l'ho rivista nella sua forma compiuta, bella come la sapevo bella e anzi più vicina a quel che è dentro: madre e compagna.
e se davvero fossi capace di parole leggere, qui, sarebbe di lei che avrei scritto.