io lo so perché fa tutto questo rumore.
fischi, sfiati, sferragliamento di ruote e di rotaie, fruscii d'aria.
tutto finto, tutto evitabile, oggi.
ma lo lasciano. il rumore assordante del treno che attraversa la pancia della città.
lo lasciano, e io so perché.
è ovvio.
lo lasciano perché deve coprire l' altro rumore .
sono seduto e chiudo gli occhi. accanto a me due ragazzine, penso liceali, una coppia di filippini, un manager coi mocassini, una ragazza che legge un libro. sgualcito. quelli che sono soli hanno sempre qualcosa nelle orecchie. ipod o simili. come me, del resto.
se non ci fossero le coppie e i gruppi, se in metro ci fossero solo persone sole, forse non occorrerebbe affatto tutto questo rumore. ciascuno si porterebbe il suo, piantato nel cervello passando dalle orecchie, nessuno potrebbe sentirlo, l' altro.
sono seduto, dicevo, e ho gli occhi chiusi.
anch'io ho le cuffie. ma nulla mi arriva dalle cuffie.
ho provato, si, ho provato ad alzare il volume nella pausa tra un pezzo e l'altro.
ma il silenzio spinto al massimo non copre i fruscii. il silenzio spinto al massimo volume non li mangia, i fruscii, né li copre, né li smista rendendoli decifrabili. non fa niente di tutto questo.
e così ho spento. perché voglio sentirlo. voglio sentire l' altro rumore.
e quando hai gli occhi chiusi e le orecchie sepolte sotto due auricolari in silicone puoi cominciare a percepirlo, il rombo sordo della città.
mi sembra di sentirle. migliaia di anime che mi passano sopra in pochi secondi.
ciascuna con il suo carico di oggi, le remore di domani, i rimorsi di ieri e i rimpianti di sempre.
e ciascuna viene a lambire la mia, scambia una molecola d'emozione, scambia un pensiero, scalda un ricordo ormai freddo. accende qui. spegne là.
è quando cambi città che te ne accorgi.
scendi in metropolitana e ti trovi dentro ad un altro pianeta.
gente diversa, rumori e odori diversi, pensieri diversi.
mi piace pensare di poter riconoscere ogni metropolitana del mondo in cui sono stato, come si può riconoscere una donna dal suo odore.
solo datemi occhi chiusi e ipod muto.
e datemi il tempo di sentire l' altro rumore, quello vero.
quella canzone che inizia con "mind the gap" oppure "stand clear of the closing doors, please", ma che poi mi parla di gente che mi scorre addosso. anzi, no. persone.
poi a volte non è solo il rumore.
a volte sei fragile. così fragile ed esposto che non è solo un sentire, no.
è proprio che ogni anima che ti tocca si lega per un attimo alla tua e ne trattiene un pezzo,
strappandola, sbocconcellandone i confini,
fino a lasciarti spossato e svuotato.
è come farci l'amore, con la città. anzi, è come scoparci o lasciarsi scopare.
e questo capita anche in questo luogo, ma non è necessario parlarne.
la linea4 di questo posto che di virtuale ha la faccia, ma di reale ha la pancia.
bisogna essere forti per lasciarsi fare questo e sopravvivere, molto forti.
per calare le difese e prendersi in faccia l'anima della gente.
in un controvento di emozioni. in un controcanto di pulsioni.
e la gente non è abbastanza forte per potersi permettere di mostrarsi fragile.
ecco perché. ecco perché fa tutto questo rumore.
fischi, sfiati, sferragliamento di rotaie, fruscii d'aria.
tutto finto. tutto evitabile, oggi.
ma lo lasciano, il rumore assordante del treno che attraversa la pancia della città.
lo lasciano.
per coprire l'altro.
per coprire l'altro.
play.


